Le intelligence di mezzo mondo avevano dato l’allarme sul rischio attentati a Kabul.

Allora perché la morte di oltre cento persone nei pressi dell’aeroporto Kabul?

Feriti soccorsi dopo l’attentato all’aeroporto di Kabul
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È vero: le intelligence avevano avvisato che ci sarebbero stati degli attentati, mirati all’aeroporto dei Kabul: allora perché nessuno ha cercato di fermarli o di mettere in maggiore sicurezza il personale militare di stanza all’aeroporto?

Chiariamo un po’ di cose…

Le informazioni che arrivano dalle varie intelligence, per quanto precise, non sono mai sicure al 100%. Questo comporta un certo livello di credibilità, che varia di paese in paese e dalla fonte dell’informazione. La presa di decisioni dipende anche da questi parametri, e in ogni caso, sapere che ci potrebbero essere degli attentati, non significa che si sappia dove, o quando, sia programmata l’esecuzione dell’attentato stesso.

Quindi un volta che le informative sono trasmesse ai vari dipartimenti, e figure di rilievo a livello politico, le intelligence non possono fare molto altro se non attendere disposizioni da chi comanda.

Va da sé che a quel punto, nel caso dell’Afghanistan, le eventuali contromisure da prendere spettano ai militari, dopo aver presentato dei piani di reazione, ai politici di turno, che, dopo averle vagliate con la CIA, devono approvare o meno. Quindi il percorso di reazione, che scaturisce dall’informativa di un servizio d’intelligence, non è dei più lineari e spesso nemmeno veloci. Di conseguenza il risultato, in questo specifico caso, è stato la morte di militari americani, di civili inglesi e di civili afgani. Quello che fa più male, è che tra le vittime ci siano anche bambini indipendentemente, dalla nazionalità degli stessi.

Come si poteva intervenire?

Chiaramente c’erano diverse possibilità d’intervento: alcune applicabili altre no:

  1. messa in protezione dei militari, sui punti di raccolta del personale da trasferire via aerea;
  2. evacuazione delle persone in attesa di varcare gli ingressi dell’aeroporto;
  3. utilizzo di cecchini per colpire chiunque fosse un personaggio sospetto;
  4. cessazione delle attività di preparazione agli imbarchi sino alla fine del rischio;
  5. azioni mirate a fermare i terroristi come il rastrellamento delle zone in cui si presumeva fossero i terroristi: per sapere dell’attentato dovevano sapere anche dove erano. Le azioni percorribili per questa opzioni erano:
    1. bombardamento delle aree dove si sapeva fossero nascosti i terroristi;
    2. rastrellamento delle stesse aree fino a catturare o sopprimere i terroristi;
    3. cordone di protezione a tergo delle persone in attesa di entrare in aeroporto. Questa soluzione però avrebbe richiesto maggiori risorse militari della coalizione, che i 5000 attualmente dislocati a protezione dell’aeroporto. Inoltre avrebbe richiesto una collaborazione coni talebani, cosa che dubito sarebbe stata possibile;
    4. ultima ratio: chiudere l’aeroporto, arretramento della forza di protezione dal perimetro interno, dell’aeroporto, in modo da non essere troppo vicini a un punto di esplosione;
    5. soluzione definitiva, ma avrebbe voluto dire abbandonare tutti quelli in attesa di partire, terminare l’operazione Aquila Omnia1 e far decollare tutto il personale dell’aeroporto e far rientrare tutti verso i propri paesi di origine abbandonando, definitivamente, il paese.

Come si può capire alcune soluzioni come la numero uno, tre e forse quattro, potevano essere messe in pratica, la numero due sicuramente non era fattibile: avrebbe potuto innescare una reazione incontrollata di tutti quei soggetti che erano ammassati agli ingressi, con validi motivi, per essere trasferiti fuori dal paese.

Sono state prese in considerazione le altre possibilità?

Quasi sicuramente si; sono state messe in atto le misure minime necessarie a protezione del personale in aeroporto? Sicuramente si. Sono state messe in atto tutte le opzioni necessarie a neutralizzare i terroristi per tempo? Evidentemente no.

Chiaro è che l’ultima domanda sia un trabocchetto: come dicevo prima, le uniche due modalità per mettere in atto questa parte, di una eventuale contromisura, diretta ai terroristi, come per esempio il bombardamento della zona in cui si presumeva fossero i terroristi, avrebbe avuto come risultato anche la morte di parecchi civili, di certo in numero superiore, al numero dei terroristi che si potevano colpire, teoricamente per altro.

L’altra possibilità, ossia il rastrellamento delle aree in cui erano stati identificati i terroristi, avrebbe richiesto altri militari non più presenti sul territorio afghano: i 5000 soldati presenti, al momento, sono sufficienti a malapena a difendere l’aeroporto, quindi avrebbe richiesto che o si sguarnisse l’aeroporto, per eseguire il rastrellamento, o si provvedesse all’invio di altri militari sul capo, per quella specifica operazione: come si è visto dal poco tempo passato tra l’allarme dato dall’intelligence e l’attentato eseguito, non ci sarebbe stato tempo per inviare altri militari nemmeno pescandoli dalle basi più vicine come quelle in Italia o Germania.

Concludendo: l’attentato era evitabile?

È facile dire di si: sebbene sia una risposta troppo poco meditata. Da quanto visto sino a ora almeno. Sarebbe potuto essere evitato, forse, se durante la programmazione dell’operazione Aquila Omnia, avessero previsto di lasciare, oltre ai 5000 soldati previsti per la protezione dell’aeroporto, un’altra unità, d’intervento rapido magari, per affrontare quelle minacce che sicuramente qualcuno aveva preventivato, durante la pianificazione dell’operazione di ponte aero stesso.

Vista l’analisi fatta sinora, teoricamente era possibile evitare che l’attentato venisse compiuto. Nella realtà dei fatti non lo era perché sin dall’inizio della pianificazione della Aquila Omnia avrebbero dovuto tenere conto dell’alta possibilità di attentati.

Non era difficile considerare questa cosa: con tutta la gente ammassata davanti i cancelli, e visto quanto poco interessa all’ISIS(-K) di uccidere anche i civili in coda ai varchi d’ingresso, visto che per loro comunque erano colpevoli di aver lavorato per il loro nemico, ossia gli americani in primis, ma di certo anche tutti gli altri appartenenti alla coalizione, il rischio di attentati era chiaramente quasi scontato.

E forse è stato anche calcolato, ma qualcuno, in qualche stanza della CIA, ha deciso che il rischio era quantitativamente poco rilevabile, e pur suonando cinico, avranno pensato che la massa di gente davanti ai cancelli avrebbe fatto da schermo ai militari in servizio proprio sulle aree più esterne del complesso aereo di Kabul.

Queste considerazioni della CIA si possono rilevare dal fatto che hanno avuto contatti, che dovevano restare segreti, con i capi dei talebani, probabilmente proprio per chiedere loro di tenere d’occhio le altre formazioni islamiche presenti nel paese, ISIS(-K) in primis!

Insomma, la guerra è sempre un affare sporco: lo era 2000 anni fa, come lo è a giorni nostri, e gli interessi di certuni alla fine vengono saldati proprio da chi meno se lo meritava: i soldati di presidio all’aeroporto di Kabul e quella marea di civili in attesa di un volo verso la salvezza propria e dei propri cari.

 

JC

 

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