Le cose, negli ospedali, sono cambiate?

…Come l’atteggiamento del personale medico, ed infermieristico, sembra aver preso una nuova direzione…


Anni fa c’era un problema nella sanità pubblica: se un componente di una coppia omosessuale, maschio o femmina poco importava, voleva seguire ed avere informazioni sul proprio compagno durante un ricovero, o un intervento chirurgico, le cose potevano non mettersi bene: in quanto non parente diretto, i medici e gli infermieri, si appellavano a questo fatto per non darti alcun tipo di informazione sul tuo compagno, magari appena operato d’urgenza.

I motivi erano fondamentalmente due:

  1. Non esisteva uno strumento, legale, che riuscisse a rendere paritaria, a quella di un parente, una richiesta di informazioni mediche da parte di una persona che apparentemente non aveva alcun collegamento di parentela diretto, con il ricoverato. Questo portava, come conseguenza, al diniego assoluto, da parte degli operatori sanitari, di offrire una qualsiasi informazione, di tipo medico, al partner in questione. Poco importava se avevi una relazione da decenni, e che convivessi da altrettanto tempo, vigeva il principio, per il quale, non essendo un parente legalmente tale non ti spettava alcun diritto di ricevere informazioni.
  2. Dio mai volesse che un parente, omofobo, si mettesse, o si metta tutt’oggi, di traverso: in quel caso l’ospedale, pur di evitare un qualche casino legale, rilascia informazioni solo ed esclusivamente a parenti di primo grado, magari pure chiedendo una autocertificazione sul grado di parentela dichiarato!

Il punto due, salvo non sia stata attuata una unione civile può essere ancora motivo di rifiuto, nel dare informazioni mediche, specialmente se c’è qualche parente che si metta di traverso, non riconoscendo come valida la relazione in atto tra il ricoverato, e la persona che chiede informazioni sullo stato di salute di quest’ultimo.

Come si sono evolute le cose nel tempo.


Seppur siano state create leggi che riconoscono le unioni civili, molte coppie, ancora non hanno approfittato di questa nuova possibilità: vuoi perché uno dei due appartenenti alla coppia non è ancora in stato di coming out, vuoi per questioni di carattere economiche, vuoi perché non credano nell’istituto stesso, molte coppie omosessuali, restano tali solo per via dello scambio di affettività che avviene tra i componenti della stessa.

Non sto qui a dirimere sul perché si dovrebbe o del perché non si dovrebbe arrivare ad un matrimonio civile per gay nella vita quotidiana di tutti, ma resta il fatto che molti, pur essendo in coppia da molto tempo, ancora non hanno deciso se, e quando, regolarizzare, il proprio stato di uniti civilmente.

Come dovrebbero comportarsi, quindi, gli operatori sanitari in situazioni come queste? Beh chiaramente dovrebbero seguire la legge, e non fornire informazioni di alcun tipo, a chiunque si presenti come il compagno, o la compagna, della persona ricoverata.

Fortunatamente le cose non stanno così:


Ho, dalla mia, purtroppo, una lunga esperienza di ricoveri, in ospedali vari della mia zona: dall’ospedale di Negrar, all’ospedale di Borgo Trento, a quello di Borgo Roma.

Ed in nessuno di questi nosocomi, ho mai avuto problemi, a far accettare il mio compagno, come persona a cui dare informazioni, o da interpellare in casi di emergenza. Chiaro: gli operatori rischiano da parte loro, ma pare si rifiutino di ignorare la realtà di una coppia di tipo omosessuale, indipendentemente dal fatto che sia ufficializzata, o meno, da una unione civile. Di conseguenza, ad ogni mio ricovero nel modulo, piuttosto standard, che mi hanno dato al momento del ricovero, ho sempre messo per primo, in elenco, il nome ed i dati del mio compagno, ed a seguire quelli di mia sorella.

Nonostante —sono un acquario: non posso farci nulla— il mio essere esplicito sul tipo di relazione tra me, e la persona elencata in primis da notificare, tutti e tre gli istituti non hanno mai opposto alcuna resistenza ad accettare una persona non legalmente parente diretto, come destinatario delle informazioni da dare, o un parere su una terapia, o sul fatto che dovesse essere regolarmente aggiornata sul mio stato di salute.

Come stanno le cose, oggi nel 2020?


Per quanto riguarda la mia città, direi decisamente molto bene! Ho dovuto ricoverare il mio compagno quindici giorni fa, per una situazione piuttosto grave; mi sono subito posto la domanda di come si sarebbero comportati in reparto, una volta capito che siamo una coppia omosessuale, e che quindi avrei preteso, e senza alcuna deroga, di essere aggiornato, ed interpellato, se necessario.

Premettendo che nel mio caso specifico, non ho il problema dell’eventuale parente, legale che si volesse mettere di traverso, il personale medico è stato di una cortesia e gentilezza quasi disarmante. Siamo arrivati al punto che il chirurgo, che avevo cercato per avere notizie, una volta saputo che lo cercavo, mi ha rintracciato al telefono, per darmi tutte le notizie che riguardavano il suo operato, e lo stato di salute del mio compagno. Questa cosa non dico che mi abbia sconvolto, ma sicuramente mi ha sorpreso, in positivo ovviamente. Che addirittura fosse il chirurgo, a cercarmi, per darmi aggiornamenti, di sicuro non me lo sarei mai aspettato!

Chiaramente il cambiamento avvenuto, l’ho percepito anche in reparto: pare che la catena di insegnamenti, di un certo tipo di atteggiamento da parte degli infermieri, si sia interrotta: adesso si può percepire sulla pelle, lo stato di empatia degli infermieri verso i rispettivi pazienti: e fidatevi che ve lo dice uno che bazzica ospedali da oltre vent’anni, questa situazione è totalmente nuova!

Vedere un addetto alla ristorazione, chiedere ad un malato, allettato e quindi impossibilitato a mangiare da solo, se avesse qualcuno che provvedesse ad aiutarlo con il pasto, ed in caso negativo dirgli qualcosa tipo: «Non si preoccupi, finisco le consegne dei pasti e vengo ad aiutarla io.» Davvero non è una cosa a cui ero abituato negli ospedali!

Alla fin fine, pare che ciò che viene insegnato agli infermieri oggigiorno, sia totalmente diverso, da quello che veniva insegnato, agli stessi operatori sanitari, sino ad una decina di anni fa. Stessa cosa vale per i medici: non avevo ricordi che durante l’orario delle visite dei parenti, ci fossero presenti in corsia medici, pronti a rispondere alle domande di chi voleva notizie, approfondite, del proprio caro ricoverato. Ricordo bene, una decina di anni fa, che l’ordine di scuderia era «Finché non se n’è andato l’ultimo medico dalla corsia, non si apre al pubblico!

Insomma pare sia avvenuta, o sia in corso, una piccola rivoluzione negli ospedali italiani. Almeno questa è la percezione che ho avuto, durante gli ultimi 15 giorni di ricovero del mio compagno. E badate bene ne son ben contento: questa rivoluzione sarebbe dovuta accadere decenni fa, per cui son contento che ad un certo punto qualcuno l’abbia avviato, questo benedetto cambiamento!

 

J.C.


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2 pensieri su “Le cose, negli ospedali, sono cambiate?

  1. Da noi, in Svezia, le cose sono piuttosto diverse: sono qui da 12 anni ed ho usufruito delle strutture ospedaliere un paio di volte, per cose non tanto gravi tutto sommato, e nessuno si è mai permesso di fare storie, o battute, sulla mia situazione con il mio uomo. Nella modulistica non si fa mai menzione al grado di parentela delle persone che segnali come autorizzate a ricevere informazioni mediche.

    Ricordo bene, invece, un ricovero per una appendicite, 16 anni fa, e le discussioni con i medici del reparto, perché non accettavano il nome del mio compagno, come referente per le informazioni mediche e terapeutiche.

    Gli infermieri stessi, evidentemente avevano già avuto situazioni del genere, mi consigliarono di segnalarlo come parente genericamente: in quel modo, mi dissero, nessuno avrebbe avuto niente da ridire in merito.

    Ed in effetti fu così, ma puoi immaginare il fastidio a dover ricorrere a certi mezzi, per arrivare a far avere informazioni, al mio compagno, su come stessi.

    Da quanto racconti, fortunatamente, le cose stanno cambiando anche in Italia. Spero solo il reparto di cui racconti, non sia una mosca bianca, rispetto alla massa dei altri reparti ospedalieri.

    Auguri per il tuo compagno!

  2. Devo essere sincero: bazzico ospedali da un bel po di anni ormai, e laddove ho dovuto ricoverarmi, non ho mai avuto problemi di sorta. Ho scritto questo pezzo, in particolare, per tutti coloro che invece se ne sono lamentati, ed in giro per internet ne ho trovati molti che lo hanno fatto!!

    Qui dove vivo io, ho girato i due ospedali principali, più uno in provincia, dove sono in terapia fissa. In tutti e tre ho dovuto fare degli interventi, per i quali ho dovuto compilare il famoso modulo per l’elencazione delle persone autorizzate a ricevere informazioni mediche. In tutti e tre gli ospedali, non ho mai avuto problemi, né a scrivere il nome del mio compagno, né ad indicarne la posizione –mio compagno appunto– sul famigerato modulo pre ricovero.

    Sono stato fortunato? Può essere, ma credo c’entri molto anche come si presentava la faccenda: se la presentavi come una cosa ‘normale’ allora nessuno aveva nulla da dire.

    Sono sicuro che se mi fossi presentato dubbioso sul come segnalare il nome che registravo, probabilmente, mi avrebbero fatto storie, ma parlo sempre del passato.

    Spesso, anche in altre situazioni, come presentare il proprio compagno che so, ai colleghi di ufficio, tutto a mio parere è dipeso sempre dal fatto che ho sempre gestito la cosa come se fosse la cosa più naturale del mondo. Così facendo, devo ammettere, non ho mai avuto problemi da nessuno, nell’accettare la presenza del mio compagno.

    Spero sia così, come ho raccontato nel post, ormai dappertutto in Italia: sarebbe decisamente grave il contrario!!!

    Ciao Francesco.
    J.C.

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