CoronaVirus e dolore: il buon cuore di alcuni e la stupidità di altri.

Group of people wearing running shoes running on road | free ...

Ieri ho avuto la triste notizia, che il padre di un carissimo amico, ci ha lasciati per via del COVID-19 in tempi davvero fulminei: ricoverato la sera, ha perso la propria battaglia contri il virus la notte successiva. Il mio amico mi ha raccontato dell’umanità dimostrata dagli infermieri del reparto di terapia intensiva: capito che il padre non avrebbe passato la notte, ha proposto di prestarsi per permettere loro di dare un saluto via WhatsApp: immagino quando sia stato devastante per i figli sapere, o quanto meno percepire, che forse sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbero visto in vita. Ed infatti così è stato: durante la notte il padre non ha retto l’assalto del virus ed ha dovuto cedere le armi.

E come se non bastasse il dolore che affligge i figli, e la moglie, sono stati messi al corrente della procedura che sarebbe seguita al decesso:

  • il corpo è stato messo un un sacco sterilizzato e riposto in attesa del giorno cui
  • avverrà la cremazione: non credo fosse una scelta del padre del mio amico, ma non so se per disposizioni ministeriali, o solo perché i cimiteri non hanno più posto, per quello che so, tutti i corpi delle vittime del COVID-19 sono e saranno cremate.
  • successivamente le spoglie saranno stivate, non si sa bene dove e come, in attesa di disposizioni ministeriali per la restituzione delle salme ai famigliari.

Insomma, oltre allo shock della veloce dipartita, allo strazio di non poter essere accanto al familiare durante il trapasso, si aggiungere l’incertezza del quando potranno dare il loro estremo saluto alle spoglie del padre.

Sino a ieri ero relativamente preoccupato di questa epidemia. Mi sono sempre detto: ‘dovesse capitare a me, pazienza: ho 59 anni meglio a me che non a qualcuno più giovane che ha ancora una vita da vivere. Per cui ero tranquillo pensandomi cremato dopo una morte in isolamento.

Ma solo dopo aver sentito il racconto del mio amico, e moltiplicando per il numero di vittime, comunicati giornalmente dai vari report, ho realizzato appieno quante persone sono nelle condizioni del mio amico. Quante persone hanno perso padri, madri, parenti, amici che solo grazie al buon cuore degli infermieri, hanno potuto dare l’ultimo saluto ai loro cari in fin di vita; di quante persone sanno che il proprio defunto è li in un sacco che attende il proprio turno per essere cremato, di quante persone non sanno dove siano le ceneri dei propri cari, e nemmeno quando potranno ritornarne in possesso per le esequie che ognuno deciderà di fare in base ai propri credo.

Questa malattia non fa soffrire solo chi viene contagiato e muore, ma lascia dietro di se uno strascico di persone devastate dal dolore e dall’insicurezza sul futuro dei propri cari. Riavranno il proprio defunto? Che possibilità ci sono che per la confusione, generata dagli altri numeri, le ceneri che riavranno, saranno proprio quelle del proprio defunto? La sola idea che possano essere di qualcun altro deve essere una spada di Damocle infinita, perché non ci sarà comunque modo di poter verificare che le spoglie siano quelle che si aspettano, al momento del rilascio dei resti mortali del loro caro.

Insomma un paese di persone affrante dal dolore, e forse anche affrante dal dubbio di dare la dovuta sepoltura alla persona giusta.

Dopo tutte queste considerazioni, ho sentiti montare la rabbia, una rabbia feroce, istintiva, atavica. Per cosa? Più che altro per chi. Per tutti quegli incoscienti, che nei primi giorni di questa situazione, hanno voluto sfidare la sorte, continuando a comportarsi come se non riguardasse loro l’epidemia in atto. Come so che i morti non siano tali per colpa di uno di questi imbecilli? Che magari è divenuto un asintomatico e, nel non saperlo, ha magari infettato qualcuno che non ha avuto la fortuna di sopravvivere all’assalto del virus.

Come dormiranno, la notte, sapendo che potrebbero avere sulla coscienza uno, o più morti, per la loro dabbenaggine e stupidità?

Conosco uno di questi soggetti, o meglio lo conosco per interposta persona. Questo interposto si è trovato a dover subire l’isolamento, forzato, per colpa sua: perché la sua idiozia lo ha portato a farsi contagiare, e la prima conseguenza alla positività al tampone, è stata inchiodare in casa, con lui per quindici giorni, i propri coinquilini, che fortunatamente non sono infetti, ma hanno dovuto vivere con un infettato per due settimane, con il timore, ed un rischio piuttosto reale, di contrarre il COVID-19 dal giovane idiota, perché costretti, per il di lui idiota comportamento, in casa con lui.

Conosco abbastanza bene il mio amico, da sapere che, nonostante tutto, non gliene fa una colpa, ma se fosse successo a me sicuramente lo avrei fatto sentire una m***a per tutto il tempo dell’isolamento, minimo!

Probabilmente lo avrei anche segnalato ai carabinieri o all’ufficio igiene, quando, fregandosene delle regole, ma soprattutto dei rischi per lui e per i suoi coinquilini, la sera se ne andava a raggiungere l’argine del fiume per andare a correre in mezzo ad un branco di altri idioti, incoscienti e senza il minimo rispetto della altrui vita, come lui. E come è finita? POSITIVO al tampone.

Ma lui vivrà: è giovane, quasi asintomatico, di robusta costituzione.

Ed io resto con il mio dubbio: capirà mai che potrebbe avere sulla coscienza una, o più, morti?

Questa situazione ci sta dimostrando quanto il buon cuore di alcuni angeli possa alleviare il nostro dolore, tanto quanto la stupidità di altri possa invece condannare a morte qualcuno che nemmeno conoscono, fregandosene del dolore che procureranno.


J.C.

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