2 Agosto 1980

Il treno stava entrando nella stazione di Bologna. Erano circa le dieci e venti. Uno dei bigliettai si stava scusando del fatto che a causa del ritardo di un altro treno in partenza, noi saremmo stati parcheggiati su uno dei binari più distanti dalla stazione, non ricordo bene se l’undicesimo o oltre: comunque molto vicino al muro che divideva la fine dell’area delle ferrovie con via Carracci. Pensai che eravamo troppo adiacenti al muro per vedere la casa degli zii, la cui terrazza praticamente era sopra le nostre teste, altrimenti avrei visto quel così strano terrazzo curvato che dava sui binari praticamente… 


Mentre stavo pensando a quel balcone così strano, rispetto a quelli usuali, successe! Fu come una scena al rallentatore, ma successe tutto in una frazione di secondo: vidi la gente spinta, come da una mano  furiosa ed invisibile, tutti verso il lato esterno della stazione, ed avveniva in maniera progressiva: dal più lontano al più vicino a me. Quando la mano invisibile iniziò a spostare un uomo che era alla metà del vagone cominciarono a saltare i vetri, ma sempre iniziando dalla fine del vagone venendo verso di me. Fu l’istinto, fu la divina provvidenza, fu un ragionamento a freddo? Non lo so, so solo che mentre guardavo con orrore la gente schiacciata sulle periane divisorie degli scompartimenti, mi abbassai coprendomi la testa. Fu quel gesto così immediato, quando non calcolato, a salvarmi la faccia: mille proiettili di vetro vennero esplosi contemporaneamente quando il finestrino, alla mia altezza, esplose verso l’interno. Ne lo scempio finì: continuarono ad esser schiacciati passeggeri ed ad esplodere finestrini fino all’inizio del vagone, ed immaginai che quel demone che stava scatenando la sua furia sul treno non si fosse limitato al nostro vagone.


L’effetto di compressione dei vetri esplosi aveva coperto il boato, che nessuno di noi, nel vagone, aveva percepito con l’udito, per molti totalmente fuori uso in quel momento.


Fù quando ci alzammo, chiedendoci cosa diamine fosse successo, che sentii i primi strilli acuti di una donna che, in preda al terrore indicava nella direzione della stazione vera e propria.


Fu quasi un gesto teatrale di una piece ben studiata e provata mille volte tutti insieme: ci voltammo a guardare nella direzione indicata dalla donna, che continuava a gridare, e lo vedemmo. Squarciato, come morso da  un fiera invisibile, un treno era stato sposato fuori dai binari per l’onda d’urto, che ormai avevo iniziato a capire, ci aveva colpiti tutti. 


Qualcosa era esploso: una tubatura, un residuato bellico, un ordigno figlio di un atto di follia umana? Non lo sapevo, e non lo sapeva nessuno nella carrozza, in quel momento. Lamenti si levavano da tutto il vagone: molta gente era stata ferita dalle schegge di vetro, ma né io né altri passeggeri quasi incolumi, riuscivamo a muoverci per prestare soccorso a quelli bisognosi, così vicini a noi: la mia mente, e sicuramente anche quella degli altri miei compagni di viaggio quasi illesi, era protesa verso quel binario per cercare di capire cosa fosse successo, e se ci fosse gente che abbisognava di aiuto. Ma i lamenti dei nostri compagni di viaggio feriti, finalmente mi, e ci, svegliarono da quella trance in cui eravamo caduti quasi tutti, quelli presenti sul vagone. Come se avessimo ricevuto una sferzata, ci muovemmo tutti, noi integri almeno, a cercare di prestare soccorso a chi ne aveva bisogno nel vagone. Io, ed altri, stupidamente pensavamo che sarebbero arrivati dei soccorsi; ma non sapevamo, ancora, cosa fosse successo di preciso, ed a parte una colonna di polvere — ero fresco di naja in fanteria d’arresto e sapevo che quello non era fumo — non si vedeva altro dal nostro binario, distante dal corpo dell’immobile della stazione centrale di Bologna.


Fù dopo una decina di minuti di assistenza febbrile, ai nostri feriti, che io ed un altro militare, anch’egli di rientro dalla licenza, capimmo che la cosa doveva essere grave: nessuno era venuto in soccorso, a noi distanti dalla stazione, e poteva voler dire solo una cosa: che ciò che era successo in stazione doveva essere molto peggio, perché le sirene non smettevano di ululare, i lampeggianti, in quella calda giornata di agosto, erano visibilissimi, nonostante il sole accecante, dal ponte che passava sui binari. Poi io e Giulio, così si chiamava il mio commilitone di sventura, ci lasciammo il vagone alle spalle, dopo aver detto agli altri di restare lì, mentre noi cercavamo aiuto. 


Sicuramente la presenza di un militare in divisa fece la differenza in quel momento: tutti accettarono, ferrovieri compresi, le nostre disposizioni e  ci mettemmo a correre verso la stazione.

Quello che trovai lo sapete già, o almeno sapete quello che vi hanno raccontato. Quello che ho visto non ve lo racconterò, per rispetto a chi abbiamo aiutato, a chi abbiamo estratto ormai esanime, per rispetto a chi disperato cercava, e non trovava, la sorella, la madre, il fratello, l’amico.


Sono sincero il nostro, mio e di Giulio, inferno personale durò poco: al massimo una decina di minuti. La macchina dei soccorsi si mosse davvero in fretta in quella calda giornata d’estate. Un’ufficiale dell’arma a cui ci eravamo appoggiati, per essere coordinati nei primi soccorsi, ci disse che se avevamo dove andare, era meglio che ci andassimo. Quello che potevamo l’avevamo fatto, adesso dovevamo lasciare il posto ai professionisti del primo soccorso.


Ci chiesi i nomi ed i rispettivi reparti di provenienza. Gli chiedemmo perché voleva saperlo. Voleva far sapere ai nostri rispettivi comandanti che ci eravamo prodigati, senza perdere tempo, nel dare aiuto. Io e Giulio ci guardammo in faccia e la decisione fu immediata. Gli dicemmo di lasciar perdere, che c’erano cose più urgenti. Nella confusione dell’essere lasciati liberi persi anche Giulio nella folla, le sue ultime parole che mi echeggiano ancora in testa sono: «Devo trovare una cabina telefonica: i miei saranno terrorizzati.»


Non l’ho mai più rivisto Giulio: in quell’occasione non ci eravamo nemmeno presentati, ne scambiati i nomi dei rispettivi reparti, per cui ritrovarlo fu impossibile.


Quanto a me, decisi che la cosa più saggia era andare dai miei zii: se non altro da li potevo chiamare casa, e il comando che mi aspettava per il rientro dalla licenza, che ovviamente avrei tardato, visto che le ferrovie di mezza Italia erano completamente bloccate.


Attraversai il ponte, che dalla stazione porta in via Carracci: pur sapendo l’orrore che stava sotto di me, non riuscivo a non guardare, a non scordare quelle facce impolverate in cera di aiuto, nemmeno consci, per lo shock, di cosa fosse realmente accaduto.


Ci misi poco ad arrivar dai miei zii, che mi riconobbero dal terrazzo a cui si erano affacciati, quando sentirono il boato, e successivamente quell’urlo senza fine di sirene di ogni corpo di pronto intervento possibile.


Non presi l’ascensore, non so perché: di norma lo facevo sempre. Forse sentivo il bisogno di prendere fiato, prima di confrontarmi con i miei zii e mia cugina, loro unica figlia. 


Tre rampe di un palazzo antico, con piani molto alti. Ebbi così il tempo di riprendere fiato e mandare giù i singhiozzi che solo in quel momento cominciarono a squassarmi il petto. Arrivato da loro, chiaramente felici di vedermi salvo, chiamai casa, e poi la mia caserma.


Scopersi che un altro mio parente era in viaggio quella mattina, ma fortunatamente non era entrato in stazione: il suo treno era stato fermato a Ferrara.


Sono passati 38 anni da quel tremendo giorno. Ed ogni anno, al ricorrere della stesa data, mi assalgono i ricordi crudi e duri di quei momenti: furono 10 minuti solo, ma vidi così tanta morte e sangue in quei 10 minuti che nemmeno in tutta la vita vissuta sino ad oggi ne ho più visto tanto.


Penserete che abbia gli incubi, no questo no, ma non riesco a scordare nulla di quei 10 minuti: ricordo ogni singolo corpo, ogni singolo arto che stava li da per sé, ogni paio di occhi increduli che incrociavo, e che nella loro incredulità pensavano, o forse speravano, che fosse stato un incidente. Era chiaro dai loro volti sgomenti, che non riuscivano ad immaginare una cattiveria così atroce che potesse studiare e mettere in pratica un simile disastro.


Li penso, so che alcuni saranno morti di vecchiaia, altri avevano la mia età, ed immagino siano ancora vivi, altri erano bambini, e mi domando come siano cresciuti con una tale esperienza alle spalle. 


E Giulio? Sinceramente non so che fine abbia fatto, ma non lo scorderò mai al mio fianco a cercare di dare aiuto, di essere un 18enne duro e forte, abbastanza, da sopportare quello che vedevamo davanti ai nostri occhi.


Io non so come siano finiti i processi per la strage che rimembriamo ogni 2 di Agosto, noi che ce lo ricordiamo davvero; non ho voluto seguire la cosa per non restare con quell’amaro in bocca di chi non ha avuto giustizia, di chi non ha visto puniti i mandanti, oltre agli esecutori.


Dico solo che se esiste una qualche forma di entità superiore, chiamatela Dio, chiamatela Allah, chiamatela Odino o Zeus che sia; ma vorrei aver la certezza che pagassero per ciò che hanno fatto: sono più che certo che loro quel giorno non erano a Bologna. Hanno sicuramente immaginato  quello che avrebbero ottenuto con 23 kg di esplosivo, in una miscela di 5 kg di tritolo e T4, potenziata da 18 kg di gelatinato. 


Avranno pensato agli effetti, ma pensare non è nulla rispetto al vivere. Fossi io una divinità a cui dovessero presentarsi una volta morti li costringerei per l’eternità a vivere tutto il dolore che le vittime hanno provato, e non soltanto quelle morte, ma anche il dolore che nel tempo ha accompagnato chi è sopravvissuto alla strage di quel giorno.


Per loro fortuna io non sono Dio, ne Allah ne Odino ne Zeus. Sono solo un normale mortale, che ha vissuto quel giorno sulla propria pelle, e fortunatamente portandola a casa! E non auguro a nessuno, dico nessuno, di passare quello che passammo noi, primi soccorritori, a Bologna, in quei primi caotici minuti

 

A voi, che forse leggerete questo ricordo, chiedo solo una preghiera alla vostra divinità, per coloro che persero la vita, e per quelli che restarono qui, con il dolore di aver perso un caro, un amico, un conoscente.

 

JC

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