2 Agosto 1980: a Bologna noi c’eravamo!

ATTENZIONE: QUESTO ARTICOLO RIPORTA FATTI E DESCRIZIONI DI SITUAZIONI REALMENTE ACCADUTE. SI SCONSIGLIA LA LETTURA SE SI È PARTICOLARMENTE SENSIBILI!!

Quest’anno non è dell’episodio in sé che voglio scrivere: quello l’ho fatto molte volte, negli anni scorsi, l’ultima volta nel 2018 (Qui trovate il post).

Quest’anno, volutamente, non ho postato il 2 di agosto, come le volte precedenti; mi sono preso un po’ di tempo. Volevo parlarne, con voi, fuori dal dolore della ricorrenza. Per cui eccomi qui a scriverne il 9 di agosto 2020.

Per i pochi che, ancora, non sapessero cosa accadde il 2 agosto del 1980, consiglio di leggere l’articolo in riferimento, qualche riga sopra, ma voglio ben sperare che, anche i più giovani, sappiano cosa successe in quella maledetta giornata, di tanti anni fa.

«Allora di cosa vuoi parlare, se non è un post commemorativo?»

Vi starete domandando. Beh, l’idea di questo articolo, mi è venuta la mattina del 2 agosto di quest’anno. Quella mattina mi sono alzato già con l’umore sotto i talloni, e sapevo perfettamente perché: da quella funesta data in poi, ogni anno, ho percezione del quando si avvicina la data in questione: un’ansia, senza apparente motivo, mi coglie, già qualche giorno prima e va peggiorando, man mano ci si avvicina alla data fatidica, il 2 Agosto, per l’appunto.

Ed è di questo che vorrei parlarvi oggi. Tutte quelle persone, che erano insieme a me, quel giorno, come vivono il ricordo dell’evento? Come ci ha marchiati senza che ce ne rendessimo conto?

A quegli anni gli psicologi ancora non erano molto apprezzati: valeva la regola aurea del ‘dallo strizza cervelli ci vanno solo i matti!!’ Quindi era poco accettata l’idea che, nonostante quello che noi soccorritori abbiamo visto, e vissuto, avessimo bisogno di un aiuto di qualche genere. Il credo comune era che solo chi era stato vittima o ferito dall’attentato, avesse bisogno di aiuto, ma noi che prestammo i primi soccorsi no. Mica eravamo rimasti feriti noi, d’altronde!!

Ma le cose non stanno proprio così: ricordo quel giorno, i visi tirati dei militari di leva accorsi, o mandati, a prestare soccorso; i visi stravolti, come sarà stato anche il mio sicuramente, di chi prestò i primi soccorsi, perché casualmente in stazione, al momento dell’esplosione.

Ricordo ancora quella conduttrice di autobus, che faceva la spola tra il piazzale della stazione e non so dove, trasportando cadaveri, e pezzi di corpi, di chi non si sapeva. Aveva avuto anche l’accortezza di oscurare i finestrini, del mezzo, con dei lenzuoli bianchi affinché non si vedesse quello che trasportava ad ogni corsa.

Nonostante tutta la sua empatia, non poté, però, fermare i rivoli di sangue che colavano dalle uscite dell’autobus, mentre stava ferma in stazione, ad attendere che le dessero il via, per fare un altro giro per scaricare il contenuto del mezzo pubblico, e tornare.

Non scordo il volto traumatizzato del Carabiniere che ci disse che era il momento di fermarci, perché erano arrivati i soccorsi, quelli veri: ambulanze, infermieri, medici.

Il nostro aiuto era stato ben accetto, ma era il momento di lasciare il posto agli specialisti. Ce lo disse ringraziandoci, di cuore, per l’aiuto dato in quei primi minuti, appena dopo il boato ed il crollo.

Cercava di controllarsi, ma aveva poco più della mia eta, io ne avevo 18 allora di anni, lui ne avrà avuti 20 forse 22. Pur con la divisa ormai fradicia di sangue, e quel forte odore ferroso addosso, tipico del sangue fresco, cercava in tutti i modi di non piangere, sapeva di essere UN Carabiniere, che stava aiutando chi ne aveva di bisogno: non c’era tempo per le sue di lacrime, era chiaro dal suo sguardo, che ne era fermamente convinto.

Mi domando quegli altri ragazzi, alcuni militari di leva come me, con cui avevo dato primo soccorso alle vittime dell’esplosione dove siano finiti: io avevo dei parenti a Bologna, e pur non essendo prevista la mia sosta in quella città, durante il mio viaggio di rientro, da Lucca verso Fogliano di Redipuglia, chiaramente mi appoggiai a loro, appena ci dissero di lasciare il lavoro agli specialisti.

Ma quello che mi domando ogni anno, in maniera sempre più pressante, e cosa abbia lasciato loro dentro: perché non credo di essere stato l’unico, di quegli improvvisati angeli —come alcuni ci definirono— a patire di un marchio indelebile nella memoria e nell’animo.

Cerco di dimenticare, e forse in questo sbaglio, ma ogni anno che passa, quando vedo i vari programmi, in televisione, che commemorano ciò che successe, mi rivengono davanti gli occhi le scene raccapriccianti che mi, ci, passarono davanti, in quei concitati primi momenti di aiuto. E non riesco ancora a capire come, chi fece quello scellerato gesto, non sia impazzito per il rimpianto di una azione così folle e senza rimorso.

I bambini, li ricordo tutti quei visi: figli, fratelli, cugini, nipoti di chi viaggiava, in disperata ricerca di un viso noto, una spalla conosciuta, su cui piangere. I feriti, spesso nemmeno consci di esserlo, per lo shock che stavano vivendo che camminavano senza meta in cerca di non si capiva bene cosa.

Lo sconforto è un altro ricordo indelebile: lo sconforto di quando scoprivi che ciò che vedevi spuntare da sotto macerie, non era solo la parte visibile del corpo di una vittima, ma era solo una sua parte: il resto del corpo non sapevamo dove fosse, o se fosse stato vaporizzato dall’esplosione.

Sangue dappertutto, sui muri, per terra, sulle maniglie. L’odore dello stesso era così intenso, che insieme all’odore della carne martoriata dalle fiamme, faceva venire i conati di vomito, mentre si cercava di aiutare chi si poteva, man mano si proseguiva.

Son ricordi dolorosi, perché impressi a forza con violenza nella mente di noi giovani nemmeno 20enni, allora. Impressi non solo attraverso le immagini, ma anche attraverso gli altri sensi: l’udito per le urla, l’olfatto per il sangue e le carni bruciate. Non posso essere l’unico che ha ricordi così vividi a distanza di più di 40 anni. E mi domando, sempre più spesso, allo scadere della ricorrenza, quanti altri, come me, sono colti da flash di memoria, innescati da un semplice odore, da un semplice suono.

Ovviamente ho imparato a conviverci con questi flash, ma questo non li rende meno intensi, né meno dolorosi, col passare degli anni, anzi, forse invecchiando, fanno sempre più male, perché mi rendo conto che sono ricordi così radicati, che nemmeno un elettroshock, probabilmente, riuscirebbe a cancellarli.

E come me, altre decine di persone, che tentarono di rendersi utili appena successo il fatto: bigliettai, controllori del traffico ferroviario, macchinisti, facchini, turisti: che io abbia memoria nessuno si risparmiò, in quei primi dieci, concitati, minuti.

Ma all’arrivo dei soccorsi organizzati, ce ne andammo: un po’ consci del fatto che saremmo stati, probabilmente, più d’impaccio, che di aiuto; un po’ perché ci venne detto di lasciare la situazione in mano ai professionisti, a quel punto.

Dove siete, colleghi di sventura? Come state?

Riuscite, ogni 2 agosto, a non piangere al ricordo di quello che abbiamo visto e vissuto? Io no, sinceramente, ma vi penso, e non solo allo scadere annuale dell’occorrenza: vi penso sempre più spesso, man mano invecchio.

Pensandovi, mi auguro solo che voi stiate vivendo meglio di me, questo tragico ricordo, perché sinceramente mi pare ingiusto, che oltre ad aver sofferto quello che soffrimmo al momento, ci tocchi soffrire, di anno in anno, sempre di più.

 

J.C.


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