#DicoLaMiaSu: Gmail e il rifiuto di un giudice americano di accettare un accordo troppo paraculo.

Quando la giustizia fa il suo lavoro, in paesi come gli States, suona quasi un affronto a chi legge una simile notizia!

Stamane, durante il solito giro per la rete a caccia di novità interessanti mi sono imbattuto in questa notizia che vi consiglio di leggere per capire meglio di che tratta questo post.

Riassumendo: nel 2015 un gruppo di utenti che non usa il servizio di posta di Google, gmail.com, apre una class action verso Google perché, a loro avviso, non è corretto che, chi scrive a un utente di Google, non sia messo al corrente del fatto che Google stessa leggerà la sua mail, per poter migliorare la profilazione del suo destinatario, utente appunto del servizio di posta di Google, per rifilargli della pubblicità meglio mirata.

Google in risposta aveva offerto una soluzione, copiata ed incollata da un caso simile in cui era finita Yahoo poco tempo prima. Ossia la mail sarebbe stata letta dai loro programmi, solo al momento in cui sarebbe comparsa nell’interfaccia della mailbox del destinatario. Questo perché, almeno in America, viene definita intercettazione solo se il messaggio viene letto, come avveniva al momento dell’avvio della class action, durante il transito dall’utente scrivente, non gmail verso l’utente destinatario, ossia l’utente gmail. Quindi leggerla quando era nell’interfaccia dell’utente gmail voleva dire che la mail era già arrivata a destinazione ed il destinatario la stava leggendo.

L’accordo preliminare che aveva accontentato i legali delle parti in causa, (il perché lo capirete tra poco), ma non è piaciuto per nulla al giudice Lucy Koh che sta seguendo il caso. Anche perché la parte di rimborso economico, per il valore offerto da Google, sarebbe finito dritto nelle sole tasche degli avvocati della class action visto che il valore in dollari offerto era pari alle commissioni degli avvocati sino a quel punto della cusa.

Quindi per il giudice Koh l’offerta extragiudiziale, proposta da Google, viene respinta con la seguente motivazione, cito testualmente dal sito: «la proposta di Google non sarebbe sufficientemente comprensibile, né per la giustizia né per gli utenti, mancherebbe di spiegare nei dettagli il funzionamento dell’analisi e soprattutto lo scopo, universalmente noto, ma mai esplicitato a favore dei non utenti». Leggi «Google deve scrivere a chiare lettere il vero motivo per cui legge le mail in entrata da utenti non Google, ossia la profilazione dell’utente gmail, che ha accettato le condizioni proposte al momento della registrazione.

E visto che l’utente non Google non ha mai accettato le condizioni di accettazione di Google per il servizio di posta, il giudice Koh non vede perché debba sottostare alla prassi della profilazione e pure senza che gli venga notificato alcunché su questa pratica.

È chiaro che il giudice Koh ha due scopi ben precisi in mente:

  1. Se di soldi si parla devono essercene anche per chi ha avviato la class action, e non solo per liquidare gli avvocati.
  2. Vuole far dire in maniera esplicita a Google che il vero motivo per cui legge tutte le mail in entrata, è solo a scopo di profilazione del proprio utente per poterlo coprire di spam in maniera più mirata.

Google difficilmente ammetterà mai una cosa del genere, ma di sicuro questa volta è incappata in un giudice che sa cosa vuole e che ha i mezzi per imporglielo.

Ora, va da se, che in parte, la colpa è anche di chi scrive: se non vuoi che ti leggano l’email la cripti in qualche modo e così impedisci a Google, o meglio ai suoi programmi, di leggertela.

D’altronde se hai avviato una causa legale eri a conoscenza di questa faccenda, quindi in parte la colpa è anche tua ma direi in piccola parte, perché è anche vero che nessuno dovrebbe obbligarti a criptare il testo della tua email affinché qualcuno non te la legga. Resta il fatto, che almeno sino al momento dell’avvio della causa, Google intercettava la posta in entrata nei suoi server di posta. Il che comunque la mette in posizione di torto, legalmente parlando; al di la del perché lo facesse, comunque lo stava facendo.

Poi comunque la proposta di Google mi puzza: quanti saranno in percentuale gli utenti che leggono al posta dal servizio web di Google? Io per esempio la casella Google, che uso per le registrazioni, la leggo solo dal mio client di posta, quindi nel mio caso quando andrebbe a leggermela ? Di certo non dal mio client di posta, e nemmeno può dire che l’ha letta mentre io la stavo leggendo sul client web, visto che non lo uso.

Inoltre se leggesse la mia mail ricevuta da un utente non gmail mentre la scarico sul mio pc per leggermela con il mio client di posta, si riproporrebbe il problema dell’intercettazione, perché la starebbero leggendo mentre la mail in questione è in transito verso il mio client; e non credo minimamente che Google si faccia sfuggire le mail lette solo via client di posta in locale!!! E per gli amanti delle statistiche date una occhiata a questa pagina in cui si evidenzia che, più tempo passa e più la posta viene vista da mobilità e non da postazioni fisse quindi l’uso delle web mail è in forte calo.

L’unica soluzione, e la più corretta, sarebbe che la piantassero di leggere le mail private dei loro utenti: autorizzazione o meno accettata in fase di registrazione, dovrebbero fare una legge a livello nazionale negli States in cui sia semplicemente vietato leggere la corrispondenza degli utenti.

Ok direte voi «Si bravo e poi NSA? CIA? FBI? Come farebbero a intercettare tutte le mail dei semplici cittadini???»

Beh di quello non mi preoccuperei: quelli lo fanno indipendentemente dalle leggi, come Snowden ci ha già abbondantemente dimostrato, per cui non li tengo in considerazione nel creare una simile legge!!

Vedo di tenere d’occhio questa causa, e di farvi sapere come andrà a finire, ma non attendetevi soluzioni rapide: quando ci son di mezzo grosse aziende, negli States, i tempi possono diventare anche peggiori di quelli della giustizia Italiana!!

IR